Il Corsaro Rosso: l’irresistibile ascesa di Martin Merlak

Esistono luoghi che paiono sospesi in una dimensione immota e senza tempo, saturi di una sorta di magia, spazi intermedi fra la città e la campagna, fra il mare e la roccia, in cui si mescolano suggestioni e incanti che rimandano alla placida vita contadina del bel tempo che fu.

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Tale è il Breg, immobile e quieto: simile allo schizzo ispirato di un pittore campestre, tutto giocato sulle tinte del giallo e del verde, erbaceo e vegetale, sotto la luce del sole. Questa lingua di terra, nella periferia orientale di Trieste, scendendo dalle alture intorno a Cattinara si spalanca nella piana di Dolina e corre fino ad abbracciare le estreme propaggini settentrionali dell’Istria. Come una conchiglia, cinta dai muraglioni di pietra del costone carsico, ornata di poggi lussureggianti di ulivi, punteggiata di minuscoli borghi silenziosi, in cui vecchie botteghe vendono olio, vino, pane e dolciumi fatti ancora con le mani dell’uomo.

Da tempo immemorabile, Breg è terra di vigne e di uliveti. L’olio è eccezionale, il vino sta crescendo: poco a poco si sta scrollando di dosso una certa sciatteria. Un giorno il vino del Breg sarà fantastico come la gente che lo fa, e che ama questa terra in modo assoluto, viscerale. Un giorno… quando accanto ai Parovel e ai Kocijancic, anche i nuovi rampolli delle antiche cantine, stufi di caraffe e damigiane, imboccheranno definitivamente la strada della qualità e dell’eccellenza.

Se fossi costretto a scommettere, punterei su Martin Merlak.

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Classe 1987, ex studente di Economia, a venticinque anni Martin decide di mollare un comodo lavoro d’ufficio per “sporcarsi le mani” nelle campagne di famiglia, a Sant’Antonio in Bosco. Vino e olio, come da tradizione. Appena una manciata di vendemmie, ma i risultati sono subito incoraggianti. Come le parole che escono dalla bocca di Merlak: idee chiare, visione, ambizione. Parole ponderate che tracciano un percorso di crescita, delineano un abbozzo di stile personale.

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Siamo seduti a un tavolaccio di legno, davanti a un paio di bicchieri di Vitovska macerata e un tagliere di salame e salsicce. La cantina è a Trieste, nel rione periferico di San Sabba. Qui periodicamente Merlak apre l’osmiza, ove smercia anche i suoi salumi: roba buona, casereccia, non affettati da discount. Te ne accorgi dal colore della carne e del grasso, dall’intensità dei profumi, dalla grana dell’insaccato. Siamo seduti e l’atmosfera è calma e rilassata. Martin versa il vino, lo racconta. Mi parla degli esperimenti che sta facendo con la malvasia, piantata in vigneti diversi per esposizione, giacitura e altitudine. La migliore viene da Snozak, uno dei cru di maggior pregio dell’intero Breg: esibisce corpo, struttura e sapidità. Diventerà nei prossimi anni il bianco di punta dell’azienda.

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Discepolo devoto di Uros Klabjan, Merlak nutre un’autentica infatuazione nei confronti del legno. In effetti, si è già scottato le dita. Succede talvolta come con le donne, per la troppa smania si rischia di fare il passo più lungo della gamba. Un eccesso di zelo, o di entusiasmio giovanile: come scegliere una botte nuova per un vino che richiede delicatezza. Questione di inesperienza, appunto. Un’annata i bianchi sono usciti così, sepolti dal legno. Li assaggio, sfoggiano il cromatismo dell’oro vivo, ma illudono. Il ragazzo però è intelligente, e non c’è ricascato. Nel suo stile c’è il legno e ci sarà sempre, ma ora le botti sa sceglierle con maggior oculatezza, di secondo o terzo passaggio, non invasive, mai soverchianti, in grado di arrotondare il vino, arricchirne la struttura, e conferire quelle sfumature straordinarie che soltanto il legno sa donare. La Malvasia dal cru di Snozak nascerà e si affinerà in barrique usate di sei anni, e sarà… un’esperienza.

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I rossi sono al momento di un’altra categoria. Da queste parti, salvo rare eccezioni, non ci siamo abituati. Questa è terra di grandi bianchi, minerali e sapidi. E invece no. Stappiamo un Refosco 2014, da uve refosco istriano che in quel millesimo difficile Martin è riuscito a portare a piena maturità fenolica. BAM! Eccoti spiazzato: rubino e purpureo, intenso e fine al naso, con una succosa amarena, profumi di terra e sottobosco, note terziarie che rimandano al tabacco, date dalla barrique. Sorso equilibrato, corposo, appagante. Fra chiacchiere e assaggi, senza accorgercene, ci scoliamo la bottiglia. Poco male, ne arriva subito un’altra.

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Diamo la stura al Salamonka 2014, uvaggio di cabernet sauvignon, merlot e refosco. Quattro mesi di acciaio, un anno di barrique. Nel bicchiere ritrovi i muscoli del Cab e un peperone verde da manuale, il fine spettro aromatico e la delicatezza del Merlot, la gagliarda vena nervosa del Refosco. Rosso rubino di discreto estratto, intenso ed erbaceo, lentamente apre la scia a note di ciliegia e piccoli frutti rossi, su uno sfondo terroso e vegetale. Fresco e di buon corpo, è un vino che si esalta in abbinamento a piatti carnei, grassi e succulenti.

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Il Merlot lo spilliamo dalle botti. Due botticelle di rovere usate, alloggiate in un angolo della cantina con una qualche solennità. Altro esperimento: stesso vino, messo a invecchiare in due fusti diversi. All’assaggio, due mondi estranei: esuberante il primo, con profumi squillanti di fragoline di bosco e ribes, che ricordano il naso del Salamonka; austero, elegante, meno immediato il secondo, in cui la prorompenza del frutto viene smorzata in favore di una maggiore complessità. Merlak adora il Merlot, ha un sogno nel cassetto. Fare un vino di lungo invecchiamento, un Riserva, a base merlot/refosco istriano. Un rosso importante, selezionato, prodotto dalla perfetta integrazione di uve magnificamente complementari. Non esiste ancora, ma ho già voglia di berlo.

Francamente non speravo di trovare rossi così interessanti, vitali, identitari, pieni di potenzialità. Al punto che, scherzosamente, mi sono divertito ad affibbiare a Merlak il titolo simpatico di Corsaro Rosso. Sarà un problema quando riuscirà a fare bianchi altrettanto buoni, ma nel frattempo gli lascio volentieri questo nomignolo.

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L’influenza del guru Klabjan sul giovane Martin si nota anche nella scelta di adottare un approccio naturale con variabili biodinamiche nella pratica agronomica: bio-rame, zolfo da miniera, tisane e micorize. Espedienti che, coordinati in una visione globale, mirano a sanificare la terra, rafforzando l’apparato radicale e arricchendo il suolo di sostanze naturali e sali minerali. In aggiunta, perseguendo un’ottica qualitativa, Merlak ha provveduto all’infittimento degli impianti e all’adozione di potature corte. Sul piano enologico egli privilegia macerazioni prolungate (se l’annata lo consente), lieviti indigeni e aggiunta minima di solforosa.

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Chi ama il Breg, come il sottoscritto e l’amico Rado Kocijancic, apprezza soprattutto il suo essere terra di mezzo, nè Istria nè Carso. Un terroir invidiabile, protetto, con temperature e influssi mediterranei, e la bora che soffia con intensità e angolazioni differenti. E il flysch, che assomiglia alla ponca del Collio. Un autentico gioiello, che pochissimi dal punto di vista vinicolo sono riusciti finora a valorizzare adeguatamente. Un micro-distretto che secondo Robi Jakomin, delegato provinciale Onav, per crescere deve riuscire a fondere anelito alla tipicità e visione moderna.

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Ecco, in Martin Merlak questa consapevolezza si avverte. I suoi discorsi ruotano attorno a parole-chiave emblematiche: crescita, incremento, ampliamento. Ma il cuore dell’azienda, tiene a precisare il giovane vignaiolo, continuerà a svilupparsi attorno a Sant’Antonio, nel Breg. Non esiste vera crescita senza il rispetto della tradizione: il Breg potrà innalzarsi soltanto facendo leva sulle proprie radici.

Credo che tornerò spesso a trovare il “Corsaro Rosso” per salutarlo, far due chiacchiere, bere un buon bicchiere e sì… quasi me ne scordavo… per mangiare un altro crostino con il suo olio extravergine d’oliva a base bianchera. Eh, mi saprete dire.

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2 risposte a Il Corsaro Rosso: l’irresistibile ascesa di Martin Merlak

  1. Alessio ha detto:

    Mi hai incuriosito, passerò a trovarlo.

    Mi piace

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