Orange wines: guida alla degustazione

Orange wines, bianchi macerati, skin-contact-wines… da anni comunicatori e bloggers si scervellano per affibbiare un’etichetta a questi “vini alieni”, prodotti apparentemente non incasellabili in categorie note, suscettibili di spiazzare, destabilizzare, perfino ammutolire un assaggiatore poco avvezzo. Diversi nel colore, nei profumi, e nelle sensazioni gusto-olfattive. Wine professionals navigati come Gianluca Castellano mettono in guardia dal voler cercare nuovi paradigmi, ma è certo che per il grande pubblico di appassionati questa tipologia rappresenti un terreno di confronto inedito e ricco di spunti.

CHE COSA SONO GLI ORANGE Vini prodotti da uve a bacca bianca, il cui mosto fermenta a contatto con le bucce per un periodo variabile da pochi giorni a molti mesi. La fermentazione avviene di norma ad opera di lieviti indigeni e senza controllo di temperatura, per preservare una certa “spontaneità” espressiva e ridurre l’impatto del fattore umano. Infatti, molti vigneron devoti al macerato professano una filosofia “naturale”, con forti richiami all’ecologia e all’etica. Sotto questa luce, la macerazione rappresenta il medium attraverso cui le caratteristiche del vitigno, del terroir e dell’annata di cui si caricano gli acini vengono trasferite, per estrazione, nel vino. Alla fermentazione alcolica segue l’elevazione in botti di legno (talvolta in anfore interrate), quindi l’imbottigliamento senza filtrazione.

Il risultato è un vino dal cromatismo sui generis, che spazia da tonalità oro antico, per arrivare al topazio, all’arancio e all’ambrato.

CARATTERISTICHE ORGANOLETTICHE La degustazione di un bianco macerato pone l’assaggiatore dinanzi a qualche difficoltà, specie per quanto riguarda il riconoscimento dei profumi e delle sensazioni gusto-olfattive. Questo vale soprattutto per gli orange estremi, in cui il periodo di macerazione e/o affinamento viene protratto per tempi molto lunghi. Ma vale anche per prodotti “artigianali”, che denotano pratiche di cantina svolte in modo approssimativo e/o scarsa attenzione nei confronti delle più elementari norme igieniche.

Detto del colore, non bisogna spaventarsi se la lucentezza nel bicchiere presenta qualche opalescenza. In assenza di ulteriori indicatori nefasti, questo non costituisce un difetto. Non si tratta affatto di una regola, peraltro: incontreremo molti orange dai riflessi accesi, intensi e vivissimi.

L’esame olfattivo risulta di norma il più arduo. Ma tu che senti??? Domanda con occhi smarriti l’amica che vi accompagna all’ultimo festival dedicato. Qui bisogna fare un distinguo fra sentori “difficili” perchè inconsueti e quindi non semplici da interpretare; e odori piatti, intricati, confusi. Piattezza e confusione nei profumi non ci piacciono, al netto di tutta la filosofia e l’etica di cui si cerca di rivestire un vino: denotano una serie di inciampi (ossidazioni, riduzioni, scelte sbagliate in vigna, approssimazioni tecniche, ecc.) che ci inteneriscono poco. Stesso discorso per le “puzzette”, i sentori da brett, e gli olezzi vari da fermentazioni batteriche incontrollate.

Fra i sentori inconsueti, ma del tutto legittimi ed anzi stuzzicanti, si ritrovano sovente note di fumo, incenso, resine nobili, propoli e spezie orientali. Il comparto fruttato spazia da un registro maturo al surmaturo, al disidratato, al candito, al cotto, al sotto spirito. Affiorano talvolta preziosi inserti di ruggine, tabacco, fiori essiccati, polvere di caffè, mineralità bianca. Provate a cercarli e riconoscerli, ma non dovreste sforzarvi troppo se il vino è buono.

Rispetto ai bianchi “normali”, fermentati senza contatto con le bucce, nei macerati dobbiamo considerare anche la presa tannica. La macerazione infatti estrae dalle bucce una serie di componenti fenoliche, tra cui i tannini, che avvertiremo nel sorso. Ai tannini estratti dalle uve si aggiungono quelli ceduti dal legno. Queste sostanze, che siamo abituati ad associare al vino rosso, conferiscono al macerato struttura, sensazioni tattili (legate in primo luogo all’astringenza) e saporifere (tendenza amarognola).

Spesso gli orange esprimono densità, avvolgenza, e un certo grip dato proprio dal tannino. L’acidità raramente è accentuata, spicca invece la sapidità – tratto emblematico della tipologia – che può richiamare sentori salmastri e marini, oppure una mineralità rocciosa, di pietre sbriciolate e sassi. In ciò si rispecchia il terroir di provenienza, la scelta in tema di potature e rese, e il grado di sanità delle uve portate in cantina al momento della vendemmia.

I ritorni aromatici dovrebbero essere in armonia con il naso, e magari arricchirsi con i terziari da affinamento (caramello, torrone, frollino ecc.) pronti a sbocciare delicatamente nell’after taste. Ma qui entra in gioco il gusto personale. Alcuni prediligono una tavolozza aromatica più ruvida e maschia, da botte grande di rovere di Slavonia.

Lunghezza, persistenza gusto-olfattiva, finezza ed eleganza sono concetti da applicare agli orange nell’identica misura che useremmo per qualunque altro vino. Quindi, non giustifichiamo: valutiamo con serenità e rigore.

PERCORSI DI ASSAGGIO Per lavoro e per piacere, assaggio da un po’ di tempo parecchi bianchi macerati. Ne assaggerei anche di più, ma oltre alla salvaguardia della salute c’è quella del portafoglio: sono vini che non costano poco. Desidero dunque fornire ai lettori, specie a quelli con meno dimesticazza con gli orange, qualche suggerimento.

La denominazione che sforna i migliori epigoni della tipologia è il Collio, con Joško Gravner sugli scudi. Ma si trovano prodotti interessanti anche altrove, benchè con minore frequenza rispetto ai crus di Oslavia e San Floriano.

Mi innamorai dei macerati bevendo i vini di Movia, storica azienda del Goriška Brda. Facili, secondo alcuni, piacioni. Io non credo, credo che siano molto buoni. A distanza di anni e dopo molte centinaia di bottiglie assaggiate, li compro e li bevo sempre molto volentieri. Sono ottimi per incominciare: scegliete i più semplici, Rebula e Sauvignon, vi daranno ottime sensazioni senza costarvi come una rata del canone.

Le versioni più eleganti e leggiadre pertengono a La Castellada e Il Carpino. Il Bianco della Castellada è un vino che ha fatto la storia, scavando un nuovo solco nell’enologia italica, più di vent’anni fa. Per giunta è fantastico, una bottiglia da Arca di Noè. Riguardo all’azienda di Franco Sosol, fautore di uno stile nitido e composto, suggerisco la Ribolla e l’Exordium. Siamo anche qui sulla soglia dell’eccellenza.

Succose, accattivanti e goduriose le etichette di Damjan Podversič. Dopo aver raccolto le impressioni di amiche e colleghe, sembrerebbe che i macerati del discepolo di Gravner siano i preferiti dal pubblico femminile. Personalmente sono un fan del Kaplja.

Più difficili, ma ugualmente notevoli, i macerati di Zidarich. Accanto alle innumerevoli proposte a base vitovska, il maestro carsolino brilla con la Malvasia e il Prulke: vini che esprimono un approccio alla vite che rasenta il sacro, e nascono da una materia prima straordinaria. Ve li consiglio senza riserve.

Chi ama l’estremo provi Radikon e Franco Terpin. Qui siamo dinanzi a prodotti divisivi, che talvolta mostrano qualche limite, certamente non adatti a tutti. Più ruvidi e scomposti. Alieni, in un certo senso. Ma sono vini che lasciano il segno, non si dimenticano. E che regalano talvolta emozioni cristalline.

Eccoci arrivati in fondo, caro lettore. Spero che questo post ti sia stato utile, nel qual caso ti prego di condividerlo su Facebook o LinkedIn, per supportare così il mio lavoro: te ne sarò molto grato. Un saluto e alla prossima!

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