VinNatur 2017: gli assaggi top della 14^ edizione

Nell’elegante cornice di Villa Favorita, austero palazzo gentilizio immerso nel verde delle campagne vicentine, si è svolta la 14^ edizione di VinNatur, festival che riunisce 170 vitivinicoltori che condividono i valori di un’agricoltura sana che rifiuta l’utilizzo di pesticidi, diserbanti, concimazioni di derivazione chimica e promuove una pratica di cantina all’insegna di un basso impatto umano.

In tema di provenienza geografica la parte del leone è andata a Veneto, Toscana, Lombardia e Piemonte. Nutrite rappresentanze anche da Umbria, Sicilia ed Emilia-Romagna. Dall’estero, vini provenienti principalmente dalla Francia, dal Portogallo, dalla Slovenia e dalla Repubblica Ceca.

Abbiamo assaggiato di tutto, naturalmente, ma per quanto concerne il presente report ci concentreremo sulle aziende italiche e della vicina Slovenia, i cui prodotti sono più facilmente reperibili ed identificabili dai nostri lettori.

Danze aperte sorseggiando sparkling (un po’ troppo centellinati, a dire il vero, due o tre gocce scarse manco fosse il Sacro Graal… e vabbuò). Sugli scudi due primedonne franciacortine come Casa Caterina e Cà del Vent. L’azienda di Aurelio del Bono propone spumanti millesimati di imponente struttura con permanenze sui lieviti che spesso sfiorano l’era geologica ed una tendenza ossidativa marcata ma ben integrata. Il Brut Nature “36” figura tra gli entry level aziendali, 100% chardonnay, e incarna in maniera emblematica uno stile che coniuga magistralmente cremosità, struttura, ampiezza espressiva: davvero splendido. Ca’ del Vent ci sorprende con un rosè atipico, il Brut Rosè Pas Operé da uve cabernet e merlot, slanciato e ben modulato, fra i migliori assaggi della giornata. Spettacolare il Revolution Brut Pas Operé, 77% chardonnay 23% pinot noir, simbiosi calibratissima fra minerale e frutto, arricchita da stuzzicanti speziature ed un sorso pieno, spesso, sapido e avvolgente.

Restando alle bolle, menzione per Lusenti, Colli Piacentini: bevuta proletaria rispetto ai fioretti dei cugini lombardi, ma freschissima e godibile, improntata alla valorizzazione di uve autoctone quali ortrugo e bonarda ed alla produzione di vini sinceri e beverini a tutto pasto.

Sul fronte bianchista, coccarda appuntata alle malvasie di Štemberger, Carso sloveno. In assaggio solo le annate migliori, 2009 e 2011, in formato magnum. E vi ho detto tutto. Lunghe macerazioni che contrappuntano alla prorompente grassezza innata del vitigno una presa tannica di vibrante intensità: il risultato è un vino corposo ma al contempo agile e slanciato, ricco di sfumature evolute. Davvero buono.

Doverosa una sosta al banco de La Biancara per assaggiare le famose selezioni di garganega da terreni vulcanici: Masieri, Sassaia e Pico. Macerati di grande mineralità, non tradiscono le attese, con il Pico una spanna sopra gli altri: iconico, e soprattutto molto buono.

Belle emozioni le regalano le bottiglie trevigiane di Casa Belfi: non già i celebrati frizzanti colfòndo, quanto le due etichette di raboso: la prima un frizzante in purezza, la seconda un uvaggio fermo con il cabernet, affinato in anfore di terracotta. Alle note olfattive di ciliegia matura e amarene si mescolano sentori di rabarbaro, tabacco, e humus che anticipano un sorso sorprendente, fresco, vibrantemente tannico, con fantastici ritorni speziati di anice stellato, chiodi di garofano, meringa e mandorle amare. Lungo, persistente, da comprare a bancali.

Passiamo ai rossi. Il Refošk 2011 Etichetta Nera di Uroš Klabjan, Slovenska Istra, denota la consueta, perfetta alchimia fra le caratteristiche del robusto vitigno istriano e l’apporto del rovere: a quasi sei anni dalla vendemmia, le note evolutive iniziano a farsi preziose lasciando intuire una parabola ascendente per molti anni a venire. Esemplare nel fondere alla gagliarda muscolarità del refosco istriano la grazia di un sapiente affinamento.

Pregevoli le espressioni di nebbiolo offerte da Roagna az. I Paglieri, storica azienda piemontese che punta sul connubio fra vecchie vigne, rigore biologico e lunghi affinamenti in grandi botti di rovere. Al top le etichette di Barbaresco: robuste, ma di grande finezza.

Buoni i rossi siciliani di Bruno Ferrara Sardo, due versioni di nerello mascalese ricavate da un’ettaro di vigneto di quarant’anni a 700 metri di altitudine, nord dell’Etna. Vini identitari, fedeli espressioni del terroir vulcanico ricco di substrato lavico, che il nerello – mascalese e cappuccio – interpreta con la grazia che lo contraddistingue e che gli vale la nomea di “Barolo del sud”.

Da appassionato di grenache ho riassaggiato l’ottimo Tai Rosso di Barbarano (tocai rosso) di Alessandro Pialli ed ho scoperto quello di Daniele Portinari: altri vini da bere idealmente a secchiate.

Apprezzabili infine le declinazioni di Montefalco Sagrantino dell’umbra Fongoli, così come l’interpretazione chiantigiana di Pacina nel classico uvaggio sangiovese-ciliegiolo-canaiolo.

Una “chicca mostruosa”, per usare le parole di un amico: il Marsala di Marco De Bartoli, produttore con il culto dell’eccellenza che ci delizia con nettari sontuosi, dal Vecchio Samperi al Bukkuram al Marsala Superiore Oro, valorizzando uve storiche come il grillo e lo zibibbo e promuovendo una sinergia fra metodi tradizionali e innovazione che nel bicchiere regala ore estatiche.

Rispetto ad altri festival “naturali” visitati di recente, zeppi di “artigiani del vino”, a VinNatur si respirava meno fondamentalismo, meno marketing, meno dogmi, insomma si respirava meglio. Traspariva un genuino sforzo di molti produttori per raccontare il loro territorio, senza pigiar a tavoletta su lieviti indigeni, assenza di solforosa, zero filtrazioni, congiunture astrali e quant’altro. Nel bicchiere meno puzzette, meno brett, meno riduzioni che altrove. Si è bevuto tutto sommato bene, e anche il naso ringrazia.

Alla prossima!

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