BENJAMIN ZIDARICH e i vini di pietra

Da alcuni anni Benjamin Zidarich si è imposto sul mercato internazionale come uno fra gli interpreti più rigorosi, emblematici e vincenti del distretto vinicolo del Carso. Merito di una dedizione quasi maniacale rivolta alla pratica agronomica e di un approccio enologico che persegue il minimo impatto del fattore umano.

Siamo a Prepotto, sul Carso triestino. Un minuscolo borgo conteso fra il mare e la selva brada. È questo il grand cru dell’altopiano, la magica zolla ove nascono i vini migliori e più rappresentativi di un intero territorio. Non è un caso se proprio a Prepotto sorgono aziende del calibro di Kante, Škerk, Lupinc e appunto Zidarich – i cosiddetti “baroni”. Qui, sulla bianca pietra calcarea e sulla ferrosa terra rossa, spirano dolci brezze mediterranee. Dai vigneti cesellati a guyot e alberello si gode una vista mozzafiato sul golfo, spaziando dalla costa istriana alle sponde gradesi. Un oceano di sole davanti, i rigori del Carso duro e ostile alle spalle. Ecco il terroir di Prepotto.

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Alla benevolenza degli dèi, Benjamin Zidarich aggiunge una devozione quasi sacra nei confronti della sua terra e delle sue uve. Impostazione radicalmente bio. Densità d’impianto vertiginose, alla francese, con diecimila ceppi per ettaro. Rese che non superano mai i cinquanta quintali. Potature corte. Vendemmia manuale in piccole cassette. Diraspatura, fermentazione con macerazione sulle bucce in tini aperti, senza controllo di temperatura e ad opera di lieviti indigeni. Malolattica in grandi botti di rovere, maturazione in legno per almeno due anni, imbottigliamento senza filtrazione ed ulteriore affinamento di ventiquattro mesi.

Nel bicchiere lo stile Zidarich brilla per pulizia e nitidezza. Cromatismi che spaziano dal paglierino intenso all’oro antico, all’orange. Macerati di imponente struttura che sfoggiano insospettabile bevibilità ed appagante piacevolezza. Profumi netti, chiarissimi, ricchi di sfumature, che sempre recano le suggestioni dell’uva matura. E un sorso in cui tipicamente s’intrecciano succosità, avvolgenza e la classica scia minerale, quel “cuore di pietra” a noi tanto caro. Vini di grande armonia e persistenza, vini del Carso al massimo livello di espressione.

La filosofia di Benjamin esalta il Carso come magna mater, di cui il vino non è che una fra le innumerevoli espressioni. Un amore sbocciato a vent’anni, come tutti gli amori più grandi. Nel 1988 la famiglia conduceva una tipica fattoria carsica in cui si smerciava un po’ di tutto, dalle uova agli ortaggi allo sfuso, appoggiandosi prevalentemente all’osmiza. Fu il giovane Benjamin a scommettere sul vino. Anni di tentativi, frustrazioni ed errori, quando l’allineamento con i cugini del Collio cominciava a stare stretto. Lo spartiacque fu la scelta di abbandonare la vinificazione in bianco per adottare lunghe macerazioni del mosto sulle bucce e pratiche agronomiche improntate alla massima naturalità. Un punto di non ritorno doppiato da pionieri come Zidarich e Sandi Škerk, che oggi vantano un nutrito stuolo di emuli e valorosi discepoli.

E ora una piccola guida all’assaggio in cui abbiamo cercato di individuare e descrivere l’identità dei vini di Benjamin, quel tratto caratteristico e immutabile, esaltato o sminuito nelle diverse annate.

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La Vitovska, vino bandiera di Benjamin, orange nei riflessi cromatici e nei tratti. Ampio al naso, intrigante. Note balsamiche e resinose, fumo e pietra spaccata. Si apre in progressione su profumi di timo e macchia mediterranea, albicocca matura e scorzette di arancia. Bocca succosa, salmastra, quasi salata. Intense sensazioni minerali. Nelle annate buone ha persistenza e longevità da vendere. Icona.

La Vitovska Kamen, macerata diciotto giorni in tini di pietra carsica e poi affinata in rovere. Oro intenso, naso carico di sbuffi iodati, floreali e vegetali. Affiora la pesca, circonfusa dei sentori del salso. Sorso asciutto, misurato, sapido. Un vino che si racconta sottovoce, senza sbavature, pulito ed essenziale.

La Malvasia, assolutamente impareggiabile. Esibisce un dorato sfavillante e ricchezza di estratto. Profumi fragranti, nitidissimi di uva e frutta matura, mela golden, nettarina gialla, con un tocco di erbe aromatiche, agrumi canditi e radice di ginger. Glicerica e avvolgente al palato, succosa, minerale, con ritorni aromatici in cui danzano il legno e la pietra. Finale dalla scia interminabile. Splendida.

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Il Prulke, dal toponimo di un vigneto antico, 60% sauvignon blanc, 20% vitovska, 20% malvasia. Paglierino carico tendente al dorato. Tripudio olfattivo in cui si mescolano profumi di tiglio, melissa, propoli e miele di acacia, pesche e mandarini. Sorso morbido e corposo innervato da una discreta acidità, equilibrato e armonico. Chiude su un registro di miele ed agrumi. Solare, agostano. Magnifico.

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Il Ruje, 80% merlot 20% terrano, gran rosso prodotto in appena duemila esemplari. Omaggio a Radikon e ai suoi Merlot di lunghissimo invecchiamento. Nelle annate buone, come il 2009, troviamo un vino mirabile dal color rubino, mai troppo consistente né concentrato, dotato invece di una gagliarda agilità. Naso profondo, intenso e ammaliante. Tutte le declinazioni della ciliegia e della marasca, prugna sotto spirito, sentori di foglia bagnata e tartufo, cuoio, accenni balsamici e mentolati. Mediamente corposo, nerboruto, sapido, con echi aromatici finissimi di frutta matura, radici e spezie. Un vino che si rivela poco a poco, pieno di sfumature.

Bottiglie magiche… non ci resta che stapparne qualcuna in buona compagnia o magari – perchè no? – fare una capatina a Prepotto, sul Carso triestino, alla prossima apertura dell’osmiza Zidarich ed assaggiarle tutte sulla splendida terrazza che domina il golfo. Noi ci saremo. Alla prossima!

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